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In Italia aumentando le disuguaglianze ridurle sarebbe possibile ma dipende dalla politica

Articolo Qui Treviso - Aprile 2026

Ridurre le disuguaglianze nella nostra Italia non è un’utopia ma una possibilità concreta, purché la si tratti per ciò che è: una scelta politica.

In quasi tutto il mondo la somma della ricchezza dell’1% più ricco è maggiore di quella del 90% più povero.


A rendere ancora più evidente la sproporzione è uno sguardo agli estremi della distribuzione tra gruppi di individui: meno di 60.000 degli “ultra-ricchi” controllano oggi una quantità di ricchezza tre volte superiore a quella posseduta dalla metà della popolazione adulta globale, circa 2,8 miliardi di persone.


Nella maggior parte delle economie di ogni singolo Paese, il 50% più povero della popolazione possiede meno del 5% della ricchezza nazionale, restando ai margini dei benefici della crescita economica.

Contrariamente alla narrazione comune che descrive i Paesi ricchi come “benefattori” nei confronti di quelli più poveri, i dati raccontano un flusso di ricchezza inverso.


Ogni anno circa l’1% del PIL globale viene trasferito dai Paesi in via di sviluppo verso le economie avanzate. Si tratta di una cifra enorme, tre volte superiore agli aiuti allo sviluppo che viaggiano nella direzione contraria.


Tutto ciò è reso possibile da quella che si può definire un’asimmetria strutturale: godendo dello status di “beni rifugio”, le valute dei Paesi ricchi (come dollaro ed euro) permettono a questi Stati di indebitarsi a tassi d’interesse irrisori. Forte di questa liquidità a basso costo, il Nord del mondo investe massicciamente nelle economie emergenti, acquistando titoli di Stato, azioni o attività che garantiscono rendimenti elevati.


I Paesi poveri, al contrario, per attirare i capitali delle “economie forti” devono pagare interessi molto più alti per compensare il rischio percepito dai mercati.


Questo sovrapprezzo, tuttavia, agisce come una zavorra sui bilanci statali, drenando risorse preziose che vengono così sottratte agli investimenti per lo sviluppo, l’istruzione e la sanità, come conferma anche l’analisi della Commissione delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo.


Anziché correggere gli squilibri globali, dunque, l’attuale sistema finanziario li rafforza, bloccando le economie emergenti in una situazione di svantaggio strutturale. Invertire questa dinamica, avverte il rapporto, è la precondizione per qualsiasi strategia di equità credibile.


Tuttavia, la disuguaglianza non è solo una questione di conti in banca e flussi finanziari. Questa frattura economica si estende a ogni ambito della vita sociale e crea un sistema di vasi comunicanti in cui disparità di genere, ingiustizia climatica e accesso ai servizi essenziali si rafforzano a vicenda.


La fotografia della disuguaglianza globale può essere così rappresentata: Il 10% più ricco detiene il 53% dei redditi e il 75% dei patrimoni. Alla metà più povera resta solo 8% dei guadagni e il 2% della ricchezza mondiale.


Tra le disuguaglianze spicca quella di genere legata alle donne impegnate nella cura della famiglia.


Quella di genere è una forma di disuguaglianza tra le più persistenti. A livello globale le donne percepiscono solo il 61% di quanto guadagnano gli uomini per ogni ora lavorata.


Ma questo dato rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. Il quadro peggiora drasticamente se, nel confronto, si include il lavoro di cura non retribuito. Sommando queste ore di lavoro “invisibili”, il reddito effettivo femminile crolla al 32% rispetto a quello maschile.


Nonostante decenni di promesse, la quota di reddito globale da lavoro che spetta alle donne è rimasta sostanzialmente ferma intorno al 25% dal 1990 a oggi, smentendo l’idea di un progresso “naturale” verso la parità. In l’Italia questo squilibrio strutturale, è confermato dalla ricerca dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP).


Sebbene l’occupazione femminile sia cresciuta il 62,2%, a fronte di una media europea del 70,8%, i tassi di inattività restano allarmanti (42,4% per le donne contro il 24,4% degli uomini). La causa principale di questa esclusione rimane il carico di cura: le motivazioni familiari riguardano il 34% delle donne inattive (contro appena il 2,5% d egli uomini).


Non è una questione di mancanza di volontà: circa il 26% delle giovani donne inattive dichiara che entrerebbe subito nel mercato del lavoro se solo cambiassero le condizioni che oggi le costringono a restare a casa.


Politiche contro la disuguaglianza: una cassetta degli attrezzi pronta all’uso.


Fare politiche che contrastino le disuguaglianze non sono il risultato di leggi immutabili dell’economia, ma di scelte politiche precise come ad esempio lo potrebbe essere l’introduzione di una modesta imposta progressiva sui grandi patrimoni che potrebbe generare risorse in grado di fare concretamente la differenza.


Oggi i multimilionari pagano, in proporzione al loro reddito, meno tasse della classe media. Per invertire la rotta servirebbe l’introduzione di un’imposta minima sulla ricchezza che interesserebbe una cerchia ristrettissima di persone quelle che possiedono più di 100 milioni di dollari. I risultati sarebbero straordinari infatti con un prelievo anche solo del 2% su questi patrimoni si genererebbero miliardi l’anno.


Una cifra enorme, che sarebbe sufficiente a ridurre drasticamente il debito pubblico complessivo del nostro paese per migliorare in modo sostanziale le prospettive economiche del nostro paese e conseguentemente di milioni di persone.


Tutto questo richiederebbe una classe politica che abbia a cuore il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini dove chi più ha più sia chiamato a contribuire purtroppo però non è così, basti pensare al dibattito che ogni anno al momento della legge finanziaria regionale si apre intorno all’opportunità di introdurre l’addizionale Irpef che non approda a nulla nonostante i bisogni in particolare sul versante della sanità pubblica siano sotto gli occhi di tutti e pesino di più proprio sulle persone meno agiate.




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