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L’ITALIA DEI SENIOR

UNA RISORSA PER GENERARE VALORE E RIDURRE I COSTI

di Alberto Franceschini

Articolo Mensile Qui Treviso - maggio 2026


Per un’Associazione come l’Anteas nata per affrontare i problemi degli anziani anche attraverso il loro coinvolgimento l’idea che in Italia i Seniores possano generare valore e alleviare gli oneri deve far parte di questo progetto se vogliamo superare positivamente i prossimi decenni.


Nei prossimi trent’anni, la popolazione si ridurrà di 10 milioni, una cifra che è la somma algebrica di una forte contrazione del numero di bambini, giovani e adulti, e di un forte aumento di anziani e molto anziani, con i nonni assai più numerosi dei nipoti, ed i bisnonni – ed i loro coetanei – che uguagliano il numero dei bisnipoti. Di fronte a questa vera e propria rivoluzione, le nostre società, cresciute e organizzate su presupposti assai diversi, faticano a mantenere un loro positivo equilibrio. Una demografia molto debole segnata dalla bassissima riproduttività, ha numerose conseguenze negative che pochi mettono in dubbio.


La collettività invecchia, i rapporti tra generazioni si capovolgono, lo sviluppo frena, la produttività ristagna, i bilanci pubblici soffrono, i sistemi pensionistici scricchiolano, la sanità soffoca.


Nelle discussioni che si vanno facendo si evocano, solo marginalmente, il deficit di natalità che è la causa prima dell’attuale sconvolgimento demografico, perché per porvi rimedio le classiche medicine ricostituenti hanno effetti modesti, graduali e ritardati: il nato in più di oggi contribuirà a riempire i vuoti nella società tra venti o venticinque anni. Né abbiamo parlato di migrazione, per i limiti fattuali, sociali e politici del ricorso a flussi di numerosità multipla rispetto a oggi. Per queste ragioni, pur considerando quella demografica una questione aperta, con plurali ramificazioni, abbiamo discusso soprattutto del tratto finale del corso di vita, nel quale appunto occorrerà generare “più valore” e produrre “meno oneri” per la collettività.


Anche per un’Associazione qual è l’Anteas la domanda che ci si sta facendo riguarda le modalità attraverso le quali i seniores possono generare “più valore”? La risposta è essenzialmente con un più esteso coinvolgimento nella società, sia lavorando e producendo, sia con attività socialmente utili quella del volontariato in primo luogo.


Nell’Italia rurale dell’inizio del secolo scorso, la gran maggioranza degli anziani si dichiarava attiva, oggi non c’è ragione perché milioni di persone in buona salute, e in forte crescita numerica, siano “assenti” dal mondo produttivo, solo perché hanno superato un certo traguardo di età, o perché normative, modalità organizzative e aspettative, stratificate nel tempo, lo suggeriscono o lo impongono.


E ciò nonostante che la migliore salute, l’allungamento della vita, o la dematerializzazione del lavoro suggeriscano il contrario. Va però constatato che da un paio di decenni, in tutti i paesi europei, si verifica un aumento sensibile dei tassi di attività oltre i 60 anni. Un aumento dovuto sia alla tendenza delle legislazioni nazionali a spostare in avanti l’età della pensione, sia all’offerta di incentivi finanziari per il pensionamento posticipato, e al miglioramento della flessibilità nel combinare il reddito da pensione con il proseguimento dell’attività lavorativa. L’aumento dei tassi di attività degli anziani è però assai più debole in Italia proprio dove il peso dei seniores è il più alto, e la loro crescita numerica più veloce rispetto al resto d’Europa.


In molti paesi esistono piani specifici per estendere l’attività dei seniores, favorendo il loro reimpiego, sostenendo interventi per migliorare l’ambiente di lavoro, facilitando il part-time, combattendo le discriminazioni basate sull’età, o sul genere, agendo sulla mobilità casa-lavoro, sostenendo l’innovazione dei processi produttivi orientata specificamente al lavoro dei più anziani. Tenendo ben presente che i seniores sono una popolazione con una grande varietà di capacità, di risorse, di necessità, di aspettative, di storie personali.


Certo è che una legislazione più accorta, migliori condizioni di lavoro, dematerializzazione delle mansioni, maggiori competenze informatiche e digitali, innovazioni tecnologiche, e un cambiamento culturale – sono tutti fattori che possono rafforzare un accresciuto coinvolgimento dei seniores in attività produttive e sociali. Va anche aggiunto che esiste una consistente proporzione di anziani ritirati dal lavoro, cioè pensionati, che a certe condizioni sarebbero disponibili ad assumere ulteriori impegni lavorativi. Infine va tenuto presente che molte ricerche concludono che l’esercizio di un’attività – sia di volontariato, sia remunerata – ha effetti positivi sulla salute psicofisica individuale.


Certo è impensabile che si possa arrivare – come in Corea del Sud – ad avere il 40% della popolazione con oltre 65 anni nella forza di lavoro, dal 5% attuale, ma è certo possibile arrivare al 10% della Germania o al 15% della Svezia, e già questo genererebbe un “valore” significativamente accresciuto della popolazione dei seniores.


La società futura dei seniores dovrà anche generare “meno oneri”, il secondo termine dell’equazione da risolvere per conseguire “il grande adattamento” necessario per il futuro. “Meno oneri” non in assoluto, ma relativamente a quanto avverrebbe qualora le tendenze in corso operassero senza freni ed ostacoli. Consentendo, allo stesso tempo, un adeguato progresso della qualità della vita, condizione necessaria perché i seniores possano produrre “più valore”.


Centrale è il miglioramento della salute e il sostegno, e se possibile il prolungamento, della longevità, guadagnando ulteriori spazi di vita autonoma, attiva e significativa per sé stessi e per la collettività; contenendo e riducendo le disuguaglianze, ancora elevate, mantenendo i principi universalistici dei sistemi sanitari e di welfare. Un cammino non facile per popolazioni nelle quali aumenta fortemente la proporzione degli anziani e dei molto anziani, la cui cura vale in Italia una quota di PIL che è la metà di quella erogata negli Stati Uniti, e il 30% in meno rispetto a Germania e a Francia.


Ad esempio procedendo verso il superamento del “tradizionale approccio ospedale/territorio” a favore del percorso personalizzato di risposta alla domanda di salute; sostenendo “la traslazione delle soluzioni dalla ricerca alla pratica clinica…” nonché la capacità di mettere a frutto i risultati della ricerca “per sostenere l’innovazione in sanità anche con capitali di investimento e venture building”. Oppure con la “diffusione della valutazione multidimensionale dei pazienti da sottoporre a interventi chirurgici… per evitare interventi al limite della futilità”, e, allo stesso tempo, rivedere in continuazione le prescrizioni mediche in funzione delle mutevoli necessità delle persone, riducendone l’onere.


Insomma non è impossibile che si possa aspirare a una migliore sanità, con minori oneri e migliori risultati, ed è a questo fine che le politiche dovranno tendere, con l’aiuto delle nuove tecnologie d’informazione e dell’intelligenza artificiale.


Ma gli ostacoli da superare sono molti, alcuni addirittura giganteschi. Prendo ad esempio le demenze e l’Alzheimer, la cui incidenza, crescente con l’età, sembra rimanere pressoché costante nel tempo. Si valuta che siano attorno al milione le persone che soffrono di queste patologie, con oneri altissimi per le famiglie e per il sistema pubblico, e si resta sorpresi quante poche siano le risorse destinate a questa invalidante condizione: secondo la legge di bilancio, al Fondo per l’Alzheimer e le Demenze sono destinati appena 35 milioni di euro nel triennio 2024-26, una cifra irrisoria per una patologia così grave.


Gli oneri prodotti dall’aumento dei seniores non riguardano solo la salute, ma anche l’abitare. Si va dalla necessità di adeguamento di un parco alloggi invecchiato e mal dimensionato, al ripensamento delle strutture commerciali, all’offerta dei servizi pubblici, alle condizioni della mobilità. Insomma, un ripensamento e una ristrutturazione che tenga conto delle mutate capacità e necessità di famiglie più deboli, di collettività più anziane, di comunità meno coese.


L’argomento è così vasto che mi limito a citare due esempi, tratti dall’esperienza, uno ottimo e uno pessimo.


Quello ottimo: una del sud est asiatico ha implementato reti di sensori nelle abitazioni (per rilevare automaticamente se un anziano che vive da solo ha un problema, attivando un allarme ai servizi sociali); ci sono poi dei progetti pilota con veicoli autonomi per trasportare gli anziani in strutture dedicate. Il successo di queste iniziative è garantito da una governance congiunta: il Ministero della Salute, il Ministero dello Sviluppo Nazionale e altre agenzie collaborano attraverso un Consiglio per l’invecchiamento attivo, assicurando il coordinamento intersettoriale, un elemento cruciale dell’ecosistema dell’innovazione.


E ora quello pessimo, anche se ottimo dal punto di vista architettonico: una sorta di sistema fordista per la gestione degli anziani. Si configura come una sorta di villaggio verticale di 45 metri di altezza composto da tre livelli: il primo livello, quello inferiore, ospita una piazza pubblica destinata alla comunità; il secondo livello comprende un centro medico; il terzo e ultimo livello accoglie un parco comunitario e una serie di residenze per anziani. Anziani efficientemente “impacchettati” e gestiti, ma lontani dal mondo reale.


Venendo alla conclusione: in buona parte dei paesi nei quali l’incidenza dei seniores ha raggiunto, o sta raggiungendo, livelli molto alti, il tema dei cambiamenti sociali necessari non solo per “gestire” gli oneri che questi generano, ma anche per individuare le modalità che permettano loro di generare più valore, economico e sociale, deve diventare una priorità dei governi.


In Corea del Sud esiste da vent’anni un Basic Plan for an Aging Society and Population; a Singapore c’è, dal 2015, un National Action Plan for Successful Ageing; in Cina è in preparazione un Action Plan for the Ageing Population. Ma è al Giappone – gemello dell’Italia sotto il profilo demografico – che occorre guardare, perché ha creato uno dei sistemi più avanzati al mondo, bilanciando copertura universale, sostenibilità finanziaria e sostegno guidato dalla comunità.


L’esperienza di Age-it, finanziato dal PNRR, è un ottimo viatico per l’annunciato futuro Istituto Italiano sull’Invecchiamento: l’augurio è che il percorso costitutivo possa essere il più rapido possibile, e che il suo finanziamento sia consistente e adeguato alla urgenza, rilevanza e complessità dei temi che deve affrontare.


Sarebbe auspicabile che l’Istituto agisse come motore e ispiratore di una coordinata azione di Governo, magari con l’avvio di un Piano per i Seniores, che mobilitasse, oltre alle risorse finanziarie pubbliche, quelle del settore privato, che stimolasse l’innovazione tecnologica, sociale e istituzionale e il suo trasferimento concreto alla realtà che si vuole modificare.


Vivere meglio, costare di meno e produrre di più, generando risorse per l’intera collettività, non è impossibile. Un “paese per seniores” è una condizione per costruire un “paese per giovani” e per attenuare gli effetti negativi della demografia del nostro secolo.




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